La macchina può imparare a fare moltissime cose. Può analizzare, prevedere, progettare, scrivere, persino creare. Ma c’è una cosa che non può decidere da sola: che cosa vale davvero la pena fare e perché.

È questo, a mio avviso, il punto da cui partire quando parliamo di intelligenza artificiale. Non dalla paura che le macchine possano sostituirci, né dall’illusione che possano risolvere ogni problema. Ma dalla consapevolezza che il valore della tecnologia dipende sempre dalle persone che la utilizzano, dalle loro idee e dalla capacità di darle una direzione.

Abbiamo passato molto tempo a chiederci se le macchine sostituiranno gli esseri umani. È una domanda comprensibile, ma non è quella che mi interessa di più. Mi interessa piuttosto capire che cosa faremo noi della loro intelligenza.

Perché una macchina può scrivere, tradurre, progettare, riconoscere immagini, analizzare dati, generare soluzioni. Può fare in pochi secondi cose che fino a poco tempo fa richiedevano ore o giorni.

Ma non sa perché una cosa debba essere fatta.

Non conosce il valore di un gesto, la storia di un mestiere, la qualità di una materia. Non sa distinguere sempre ciò che è possibile da ciò che è opportuno, ciò che funziona da ciò che è davvero bello. E soprattutto non conosce la storia che c’è dietro un oggetto: il cliente, il territorio, l’esperienza di chi lo ha progettato e realizzato.

Non conosce il perché.

Ed è proprio quel perché che dà senso al lavoro.

Per questo non penso all’intelligenza artificiale come a qualcosa che debba prendere il posto di chi lavora. Penso piuttosto a una possibilità nuova, capace di farci arrivare più lontano.

Un sistema che aiuta un medico a vedere meglio non sostituisce il medico. Un programma che consente a un designer di provare centinaia di soluzioni non sostituisce la sua creatività. Un algoritmo che permette a un artigiano di leggere e comprendere meglio i propri dati non sostituisce il suo mestiere.

Può liberare tempo. Può far emergere possibilità che prima non riuscivamo nemmeno a esplorare.

Ed è qui che l’intelligenza artificiale incontra l’intelligenza artigiana.

L’artigiano, infatti, ha sempre avuto un rapporto particolare con la tecnica. Non ha mai confuso il mezzo con il fine. Ha preso ciò che aveva a disposizione e lo ha usato per spingere un po’ più avanti la propria capacità di fare.

Il martello non ha sostituito la mano. Il tornio non ha cancellato il mestiere. La macchina utensile non ha eliminato la competenza. Ha cambiato ciò che una mano competente poteva fare.

L’intelligenza artificiale può fare lo stesso, su una scala molto più grande. Ma a una condizione: dobbiamo continuare a decidere noi che cosa farne.

La macchina non conosce il mestiere

C’è un equivoco che dovremmo superare: l’intelligenza artificiale non è una faccenda riservata agli informatici.

Anzi.

Più l’AI entra nella vita reale, più diventa importante la conoscenza di chi quella realtà la vive. Servono tecnologi, certo. Ma servono anche medici, musicisti, ingegneri, designer, professionisti e artigiani. Perché un algoritmo può essere sofisticato quanto vogliamo, ma se non sappiamo che cosa chiedergli, rimane poco più di una possibilità.

Penso spesso a un esempio molto semplice. Un musicista che conosce la composizione può usare l’intelligenza artificiale per esplorare soluzioni che da solo non avrebbe il tempo di cercare. Io, che alle scuole medie ho studiato flauto, probabilmente dopo pochi minuti non saprei nemmeno che cosa chiedere.

La differenza non è nella macchina. È nella persona che la usa.

Per questo considero fondamentale il ruolo degli esperti di dominio. Chi conosce davvero un mestiere deve avere voce nella trasformazione digitale di quel mestiere.

È una questione molto concreta. Conoscere la materia prima significa sapere anche dove spingerla e dove fermarsi. Significa riconoscere una qualità, un difetto, una soluzione elegante, un errore che magari un algoritmo non considera affatto un errore.

Questa conoscenza non si improvvisa.

Una generazione che non accetterà il lavoro inutile

C’è poi un’altra questione che riguarda soprattutto i giovani. I ragazzi che oggi sono nelle scuole e nelle università stanno crescendo con strumenti digitali che permettono loro di ottenere risposte in pochi secondi. Utilizzano già sistemi capaci di risolvere problemi, tradurre, scrivere, generare immagini.

Quando entreranno nelle imprese, avranno probabilmente un’idea diversa di ciò che significa lavorare.

È difficile immaginare che un giovane abituato a queste possibilità accetti senza porsi domande di passare otto ore a copiare dati da un foglio all’altro, controllare manualmente decine di documenti o ripetere operazioni che una macchina può fare in pochi secondi. Non è soltanto un problema di efficienza. È anche un problema di senso.

Se vogliamo portare i giovani verso l’artigianato, la manifattura, le piccole imprese, dobbiamo mostrare loro che il lavoro artigiano non significa rimanere fermi al passato. Al contrario.

Può voler dire mettere insieme una conoscenza antica e possibilità completamente nuove. Un’impresa non perde la propria identità perché introduce una tecnologia. La perde quando smette di sapere perché la sta introducendo.

Non diventare semplici consumatori

C’è poi una questione che considero strategica: quella della sovranità.

Non possiamo pensare all’intelligenza artificiale soltanto come a una serie di prodotti realizzati altrove e messi a nostra disposizione. L’Europa deve essere capace di sviluppare, comprendere e governare queste tecnologie. E anche le imprese devono cominciare a interrogarsi su ciò che scelgono di utilizzare. Non sempre serve il modello più grande. Non sempre serve quello più famoso.

Se devo leggere una bolla e trasferire alcuni dati in un gestionale, non ho bisogno di una macchina gigantesca. Ho bisogno di qualcosa che sappia fare bene quel lavoro. Sembra una banalità, ma non lo è.

Il futuro dell’AI non sarà fatto soltanto da pochi grandi modelli generalisti. Ci saranno sistemi molto più piccoli e specializzati, costruiti intorno a problemi precisi, a settori precisi, persino a singole imprese. E qui il mondo artigiano ha una grande opportunità.

Perché la sua forza è proprio la specificità.

Il dato è la memoria dell’impresa

Quando parliamo di dati, spesso pensiamo a qualcosa di freddo, informatico. Io invece penso alla memoria. Un’impresa ha una memoria fatta di fotografie, cataloghi, vecchi progetti, distinte base, appunti, documenti, errori, soluzioni, materiali, clienti. Ci sono imprese che hanno vent’anni di storia chiusa dentro armadi e scatoloni. Dentro quella carta, qualche volta, c’è un patrimonio enorme.

Oggi possiamo recuperarlo, digitalizzarlo, renderlo leggibile. Possiamo trasformare una fotografia, un vecchio catalogo o una distinta base in informazione utilizzabile.

E quella memoria può diventare la base per costruire sistemi che conoscano davvero una determinata impresa. Questa, per me, è una delle prospettive più interessanti. Perché il patrimonio di un’azienda non è soltanto ciò che vende. È anche il sapere che le ha permesso di arrivare fin lì.

E quel sapere va protetto.

Quando siamo noi a consegnare i nostri dati

C’è un fenomeno che trovo particolarmente insidioso: la cosiddetta shadow AI. L’intelligenza artificiale entra in azienda senza che nessuno abbia deciso davvero di farla entrare.

Non serve un attacco informatico. A volte siamo noi stessi a consegnare le informazioni.

Prendiamo un documento, lo carichiamo su un servizio gratuito. Inseriamo un progetto. Copiamo un elenco. Chiediamo di analizzare un testo nel quale magari sono contenute informazioni che non dovrebbero uscire dall’azienda. Lo facciamo perché è comodo. Perché funziona. Perché in quel momento ci sembra la cosa più semplice. Ma la semplicità può avere un prezzo.

Dopo anni nei quali abbiamo imparato a proteggere computer, reti e password, dobbiamo imparare a proteggere anche la nostra conoscenza.

Non significa avere paura dell’AI.

Significa sapere che cosa possiamo affidarle e che cosa invece deve rimanere nostro.

Non delegare il lavoro qualificato

È nei progetti concreti che questa distinzione diventa evidente. Penso alla medicina. Un sistema può osservare continuamente il comportamento di un bambino prematuro e segnalare al medico un’anomalia difficile da cogliere. Nel campo dell’autismo può aiutare il terapeuta a misurare alcuni comportamenti, fornendo elementi che prima venivano valutati soprattutto attraverso l’osservazione.

Nella progettazione meccanica può generare rapidamente decine o centinaia di configurazioni. Nella moda può esplorare combinazioni che sarebbe impossibile provare una per una.

Ma nessuno di questi sistemi sa davvero che cosa sia “la soluzione migliore”. Può produrre possibilità. Il giudizio arriva dopo.

Ed è un passaggio fondamentale.

Se devo progettare un connettore, posso chiedere all’intelligenza artificiale di produrre cento configurazioni. Ma sarà qualcuno che conosce quel prodotto a stabilire quale abbia senso, quale sia più bello, quale sia più resistente, quale possa essere davvero realizzato.

Lo stesso accade nella moda. Se posso esplorare virtualmente trecento idee, non significa che debba produrre trecento campioni. Significa che posso arrivare prima a quelle tre o quattro che meritano di diventare reali. Qui l’intelligenza artificiale non sostituisce il mestiere. Lo mette nelle condizioni di concentrarsi sulle scelte che contano.

Dove nasce l’intelligenza artificiale? Dove c’è conoscenza

Sono nato e cresciuto a Montappone, nelle Marche, in un territorio dove il cappello non è semplicemente un prodotto. È una cultura produttiva.

Da questa realtà è nato un progetto che abbiamo chiamato CappellAI.

Abbiamo costruito un patrimonio di immagini e dati legati al mondo del cappello e lo abbiamo utilizzato per aiutare chi lavora nel settore a immaginare nuove forme, nuove combinazioni, nuove possibilità.

La cosa interessante, però, non è soltanto il risultato tecnologico.

È la domanda da cui siamo partiti.

Dove dovrebbe nascere un’intelligenza artificiale che conosce davvero il cappello, se non accanto a chi i cappelli li fa?

È una domanda che potremmo ripetere per molti altri settori. Per la meccanica. Per la moda. Per il legno. Per la ceramica. Per l’agroalimentare. La conoscenza di un mestiere non è un elemento accessorio della trasformazione digitale. È una delle sue condizioni.

Collaborare senza perdere se stessi

Anche la collaborazione tra imprese può cambiare.

Nel mondo artigiano esiste da sempre un equilibrio delicato tra collaborazione e concorrenza. Si può lavorare insieme, ma senza consegnare agli altri il proprio patrimonio.

Le nuove tecnologie possono aiutare a trovare forme diverse di collaborazione.

Penso, per esempio, all’apprendimento federato: imprese diverse possono contribuire all’addestramento di un sistema senza dover necessariamente mettere tutti i propri dati nello stesso posto.

È una prospettiva interessante soprattutto per i distretti produttivi. Possiamo condividere conoscenza senza cancellare le differenze. Possiamo collaborare senza perdere il controllo di ciò che ci rende riconoscibili. In fondo, è una delle sfide più importanti della trasformazione digitale: aprire senza svuotarsi.

L’uomo al centro non è uno slogan

Ho visto questo principio diventare concreto in una sala operatoria. Una giovane paziente doveva affrontare un delicato intervento al cervello mentre era sveglia. Parlava spagnolo, mentre l’équipe medica parlava italiano. L’intelligenza artificiale traduceva in tempo reale le comunicazioni tra la paziente e i medici. Un altro sistema analizzava la qualità del suo eloquio mentre il neurochirurgo operava. La tecnologia faceva molte cose. Ma una cosa continuava a farla il chirurgo: operare.

Quando l’intervento finì, il medico mi parlò a lungo degli algoritmi, di quello che aveva funzionato e di quello che si sarebbe potuto migliorare. A un certo punto gli chiesi: “Ma la ragazza come sta?”.

Mi rispose: “Benissimo. Abbiamo operato”. Mi è rimasta impressa quella frase. Perché in quelle parole c’era la gerarchia giusta. Gli algoritmi erano importanti. Ma il motivo per cui erano lì era una persona. È questo che significa, concretamente, mettere l’essere umano al centro.

L’intelligenza che vogliamo costruire

Non penso che il futuro sarà una guerra tra esseri umani e macchine.

Penso che la vera partita sarà un’altra: decidere quale rapporto vogliamo avere con le macchine.

Possiamo limitarci a consumare tecnologie progettate da altri, affidando loro pezzi sempre più grandi della nostra conoscenza.

Oppure possiamo imparare a usarle partendo da ciò che già possediamo: la nostra esperienza, i nostri mestieri, le nostre imprese, i nostri territori. È qui che vedo la forza dell’artigianato.

L’artigiano non è soltanto qualcuno che sa usare bene le mani. È qualcuno che conosce una materia, riconosce un problema, immagina una soluzione e sa quando quella soluzione è davvero buona.

L’intelligenza artificiale può aiutarlo a esplorare più strade, a recuperare conoscenze dimenticate, a ridurre il tempo delle operazioni ripetitive, a progettare, verificare, confrontare.

Ma alla fine resta una domanda alla quale nessun algoritmo può rispondere al posto nostro: che cosa vale la pena fare?

Quella domanda appartiene ancora alla nostra intelligenza. E forse è proprio questa la cosa che dobbiamo difendere più di tutte. Non la distanza dalle macchine.

La nostra capacità di dare loro un senso.

Perché il futuro non appartiene alle macchine.

Appartiene a chi saprà usarle senza smarrire ciò che lo rende umano.

E forse, tra tutti, gli artigiani hanno qualcosa da insegnare proprio su questo: come si può innovare senza smettere di sapere da dove si viene.

(Estratto dall’intervento di Emanuele Frontoni, Professore ordinario di Informatica all’Università di Macerata e co-director del VRAI Vision Robotics & Artificial Intelligence Lab, al convegno Match Point 2026 di Confartigianato Imprese).

© Spirito Artigiano 2026. Tutti i diritti riservati.


  • È professore ordinario di Informatica all’Università di Macerata e co-direttore del VRAI – Vision Robotics & Artificial Intelligence Lab. È Affiliated Researcher presso l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Genova e, dal 2022, Direttore Scientifico di NemoLab dell’Ospedale Niguarda di Milano. Si occupa di intelligenza artificiale, visione artificiale e innovazione tecnologica. È autore di oltre 300 pubblicazioni scientifiche internazionali e dal 2021 è inserito nella World’s Top 2% Scientists di Stanford University ed Elsevier.

SPIRITO ARTIGIANO

Un progetto della Fondazione Manlio e Maria Letizia Germozzi onlus

Privacy Preference Center