L’Italia si trova oggi di fronte a un paradosso che ne comprime in profondità le possibilità di sviluppo. Le donne rappresentano una risorsa decisiva per la vita economica e sociale del Paese, eppure il loro contributo continua a restare in larga parte nell’ombra: scarsamente riconosciuto, raramente valorizzato nella sua reale portata, spesso non pienamente messo a frutto. È una contraddizione che il Paese conosce da decenni, che viene periodicamente nominata, ma che stenta a trasformarsi in politiche efficaci e cambiamenti culturali duraturi.

Il IV Rapporto Italia Generativa  affronta questa condizione attraverso una lettura sistemica, mostrando come il ritardo italiano non possa essere ricondotto a una causa singola o a una responsabilità isolata. Esso nasce piuttosto dall’ intreccio di fattori culturali, organizzativi e istituzionali che si alimentano vicendevolmente, formando un sistema di vincoli che si autorinforzano. È un intreccio che finisce per soffocare l’espressione delle capacità delle persone, delle imprese e dei territori, frenando più in generale il cammino di crescita dell’intero Paese. Comprendere questo nodo nella sua complessità è il primo passo per scioglierlo.

 

«Le donne sono la colonna invisibile del Paese: sostengono lavoro, famiglie e comunità, ma il loro contributo resta ancora troppo spesso non riconosciuto»

 

Il titolo scelto per il Rapporto – La “colonna invisibile” – coglie con precisione questa contraddizione, ormai insostenibile. Le donne continuano a sostenere una parte essenziale della società: attraverso il lavoro professionale e quello di cura, attraverso la tenuta quotidiana delle famiglie e delle comunità, attraverso una presenza silenziosa ma strutturante in ogni ambito della vita collettiva. Eppure non occupano ancora pienamente gli spazi del riconoscimento, della valorizzazione, delle opportunità e della partecipazione alle decisioni che contano. Rendere visibile questa “colonna” e liberarne il potenziale non è soltanto un imperativo di giustizia: è oggi una necessità strategica per l’Italia, dalla quale dipende la possibilità concreta di costruire un futuro più solido e duraturo.

 

«Le donne studiano di più e meglio, ma nel passaggio al lavoro quel vantaggio si perde: il merito formativo non si traduce ancora in pari opportunità professionali».

 

Le donne italiane ottengono risultati scolastici e formativi sistematicamente superiori a quelli degli uomini: studiano di più, raggiungono livelli di istruzione più elevati, conseguono un numero maggiore di lauree. Il sistema formativo le premia, e loro lo frequentano con maggiore dedizione e continuità. Eppure, proprio nel passaggio al mercato del lavoro, questo vantaggio accumulato tende a dissolversi. Ciò che è stato costruito con impegno lungo gli anni della formazione non si converte in pari opportunità professionali. Il divario si manifesta fin dall’ingresso nel mondo del lavoro e, anziché attenuarsi con l’esperienza, tende ad ampliarsi nel corso della vita lavorativa, disegnando traiettorie di esclusione che si consolidano nel tempo e che finiscono per pesare sull’intera economia nazionale.

Merito e competenze, da soli, non bastano a colmare questa distanza. Sarebbe comodo pensare che il problema sia individuale, che si risolva con maggiore determinazione o migliore preparazione. La realtà è più complessa. A incidere sono soprattutto le culture organizzative, le dinamiche relazionali, la rigidità dei modelli di lavoro e la cronica insufficienza dei servizi a sostegno delle famiglie. In contesti che non evolvono, le disuguaglianze di genere si riproducono anche in assenza di discriminazioni esplicite: attraverso abitudini sedimentate, automatismi culturali e stereotipi interiorizzati che operano in modo silenzioso ma capillare, senza bisogno di dichiarare la propria natura né di manifestarsi in forme riconoscibili come ingiuste.

Il nodo centrale rimane quello della cura. Ancora oggi sono prevalentemente le donne a farsi carico del lavoro domestico e familiare, all’interno di un sistema produttivo costruito implicitamente attorno alla figura del lavoratore maschile: pienamente disponibile, privo di responsabilità familiari, libero da vincoli di cura. Questo modello, formatosi nel dopoguerra e mai davvero superato, continua a condizionare strutture, orari, aspettative e percorsi di carriera. La maternità continua spesso a segnare una frattura, imponendo un’alternativa che appare ancora troppo netta e troppo crudele: essere madre o essere lavoratrice, come se le due cose fossero strutturalmente incompatibili e non potessero coesistere senza che una sacrifichi l’altra.

 

«La cura degli anziani e la carenza di servizi pesano soprattutto sulle donne, costrette troppo spesso a scegliere tra lavoro e famiglia: da questo squilibrio passa anche la crisi demografica del Paese».

 

A questo si aggiunge, con crescente peso, la cura degli anziani. In un Paese che invecchia rapidamente e dispone di reti di welfare sempre più sotto pressione, questa responsabilità ricade in misura sproporzionata sulle spalle delle donne. In un contesto rigido e povero di servizi adeguati, molte si trovano costrette a operare una scelta che non dovrebbe essere necessaria: rinunciare all’occupazione professionale oppure alla vita familiare. E anche quando riescono a sostenere entrambe le dimensioni insieme – e molte ci riescono, a un costo altissimo – il prezzo pagato in termini di carriera, di salute, di tempo per sé resta elevato, spesso invisibile nelle statistiche ma reale e tangibile nell’esperienza quotidiana di ciascuna. Gli stessi dati demografici raccontano le conseguenze di questo squilibrio strutturale: un Paese che non riesce a creare condizioni favorevoli alla natalità, che scoraggia implicitamente la scelta di avere figli, sta oggi sperimentando nella sua forma più acuta l’inverno demografico. Le due crisi – quella femminile e quella demografica – sono intimamente connesse, e non si può affrontare seriamente l’una ignorando l’altra.

Su questo scenario si stratificano inoltre profonde differenze sociali che impediscono di parlare di “condizione femminile” al singolare. Il reddito familiare, il territorio di appartenenza – con le sue infrastrutture, i suoi servizi, le sue opportunità – e la qualità delle reti sociali disponibili possono aggravare o attenuare le difficoltà, amplificando oppure contenendo gli effetti di un sistema già squilibrato. Le donne in condizione di maggiore fragilità subiscono così una doppia penalizzazione: quella di genere si somma a quella sociale, moltiplicando i vincoli e restringendo ulteriormente lo spazio delle possibilità. La dipendenza economica, del resto, non riguarda soltanto la sfera dell’ingiustizia sociale: è anche un fattore strutturale di vulnerabilità rispetto alla violenza. Il legame tra autonomia economica e libertà personale è diretto, documentato, ineludibile. Affrontarlo richiede interventi strutturali di lungo periodo, capaci di incidere sulle cause profonde, non soltanto risposte emergenziali che tamponano senza trasformare.

 

«Non si tratta di aiutare le donne ad adattarsi a un sistema che non funziona, ma di cambiare un modello di sviluppo che mostra ormai tutti i suoi limiti».

 

Di fronte a questa situazione, la domanda decisiva riguarda il modo in cui riconoscere e valorizzare concretamente la ricchezza dell’universo femminile. Il problema non consiste nell’aiutare le donne ad adattarsi a un sistema che non funziona per loro, nell’offrire aggiustamenti marginali a un modello che resta fondamentalmente invariato. Si tratta di qualcosa di più radicale: trasformare il modello di sviluppo che come società abbiamo costruito e che ora mostra, nei suoi esiti più evidenti, i propri limiti strutturali.

La questione femminile può diventare la leva attraverso cui accompagnare un passaggio necessario e urgente: da un paradigma estrattivo, fondato esclusivamente sulla produzione e sull’efficienza quantificabile, a un modello generativo, capace di attribuire valore anche alla cura, alle relazioni, alla qualità della vita condivisa. Non si tratta di aderire a un’agenda ideologica, né di rispondere a pressioni esterne o di inseguire mode culturali. Si tratta di cogliere nella valorizzazione delle donne l’opportunità per immaginare e costruire una società più equilibrata, più umana, più sostenibile e, in ultima analisi, più capace di futuro.

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Leggi il Quarto Rapporto Italia Generativa


  • Mauro Magatti

    Laureato in Discipline Economiche e Sociali all'Università Bocconi di Milano e Ph.D. in Social Sciences a Canterbury, è professore ordinario all’Università Cattolica di Milano. Sociologo, economista ed editorialista del Corriere della Sera, membro della Commissione Centrale di Beneficienza della Fondazione Cariplo, del Comitato per la Solidarietà e lo sviluppo di Banca Prossima e del Comitato Permanente della Fondazione Ambrosianeum. Dal 2008 è direttore del Centro ARC (Anthropology of Religion and Cultural Change)

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