
Da venticinque anni l’economia italiana cresce meno di quella dei nostri principali partner. Il ritardo accumulato è ormai difficile da ignorare: il PIL italiano è cresciuto circa 25 punti percentuali meno della media dell’Eurozona e addirittura 60 punti meno degli Stati Uniti.
Dietro questi numeri c’è una domanda che non possiamo più rinviare: perché l’Italia fa così fatica a crescere?
La risposta non sta in un unico fattore. Ci sono problemi strutturali che si sono accumulati nel tempo e che oggi si rafforzano a vicenda. Produttività, demografia, energia, capitale e accesso al credito sono pezzi dello stesso problema.
E, dentro questo quadro, c’è un protagonista che non possiamo permetterci di trascurare: il sistema delle piccole e medie imprese.
Il problema non è soltanto creare lavoro.
Per molto tempo abbiamo guardato soprattutto alla capacità dell’economia italiana di creare occupazione. È certamente un dato importante, ma non è qui che si trova il principale ostacolo alla crescita.
Il problema è soprattutto la produttività del lavoro, che in Italia è rimasta sostanzialmente ferma e in alcuni periodi è addirittura diminuita.
Questo riguarda tanto il settore pubblico quanto quello privato.
Nella pubblica amministrazione pesano la burocrazia, la lentezza dei procedimenti, la corruzione e una certezza del diritto ancora insufficiente rispetto ai principali partner europei. Ma anche il settore privato ha le sue debolezze: investiamo troppo poco in ricerca e sviluppo e abbiamo un numero insufficiente di laureati e di competenze avanzate. A questo si aggiunge la continua perdita di giovani qualificati che scelgono di lavorare all’estero.
Il risultato è che l’Italia ha faticato a sfruttare pienamente le grandi trasformazioni tecnologiche degli ultimi decenni, da Internet fino all’intelligenza artificiale.
Ed è proprio l’IA a rappresentare oggi una delle grandi scommesse.
Non basta investire in tecnologia. Il vero punto è riuscire a utilizzarla.
La quota di lavoratori italiani che utilizza strumenti di intelligenza artificiale rimane tra le più basse in Europa e, in molti casi, manca ancora una spinta adeguata da parte delle imprese.
È un paradosso: proprio mentre l’IA può diventare uno dei principali strumenti per aumentare la produttività, siamo ancora in ritardo nella sua diffusione.
Per il sistema produttivo italiano questo è particolarmente importante. Non tutte le imprese devono diventare aziende tecnologiche. Devono però riuscire a utilizzare le tecnologie disponibili per lavorare meglio, produrre meglio, ridurre i costi, organizzarsi meglio e raggiungere nuovi mercati.
Qui entra in gioco quella che potremmo chiamare Intelligenza Umana.
L’intelligenza artificiale può moltiplicare le capacità delle persone, ma non può sostituire ciò che rende un’impresa capace di adattarsi, innovare e assumersi responsabilità. Servono competenze, formazione, cultura del merito e capacità di apprendere.
La tecnologia senza persone preparate rischia di rimanere soltanto un investimento.
Una popolazione che invecchia.
Il secondo grande vincolo è demografico.
L’Italia ha uno dei tassi di natalità più bassi tra le economie avanzate. Da decenni la fertilità è molto al di sotto del livello necessario a garantire la sostituzione della popolazione e i flussi migratori non sono stati sufficienti a compensare questa dinamica.
Il risultato è un Paese che invecchia rapidamente.
Questo non è soltanto un problema sociale. È un problema economico.
Meno persone in età lavorativa significa meno lavoratori disponibili, maggiore pressione sulla spesa sociale e minori possibilità di crescita.
Il tema riguarda in modo particolare la partecipazione femminile al lavoro, che è ancora troppo bassa nonostante i progressi degli ultimi anni. Sostenere la maternità e, nello stesso tempo, favorire la permanenza e l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro non sono obiettivi contraddittori. Sono due facce della stessa politica di crescita.
Ma anche l’immigrazione deve essere affrontata con maggiore pragmatismo.
Un sistema produttivo che ha bisogno di lavoratori e un Paese che continua a invecchiare non possono permettersi di considerare i flussi migratori soltanto come un problema da contenere. Devono essere gestiti, programmati e collegati alle esigenze reali dell’economia.
L’energia pesa sulla competitività.
C’è poi il tema dell’energia.
L’Italia continua a pagare un prezzo elevato per la propria dipendenza energetica. La struttura della produzione e la forte dipendenza dal gas naturale rendono il costo dell’energia elettrica un fattore di svantaggio competitivo rispetto a molti concorrenti.
Per le imprese energivore il problema è evidente, ma non riguarda soltanto loro. Anche una piccola impresa, un laboratorio artigiano, un esercizio commerciale subiscono direttamente il costo dell’energia.
Per questo non basta intervenire ogni volta che arriva una crisi con misure temporanee di sostegno.
Serve una strategia.
Bisogna accelerare sulle fonti rinnovabili, migliorare le infrastrutture e affrontare senza pregiudizi anche il tema del nucleare. Ma serve soprattutto una politica energetica che tenga conto delle caratteristiche del nostro sistema produttivo.
Le piccole imprese non possono essere considerate semplicemente utenti finali di una politica energetica pensata altrove. Devono essere parte della strategia.
Il credito non è uguale per tutti.
Un altro elemento riguarda il rapporto tra imprese e sistema finanziario.
Nel complesso, l’accesso al credito bancario dell’economia italiana si è avvicinato ai livelli dell’Area Euro. Ma questo dato medio rischia di nascondere una realtà molto diversa per le imprese più piccole.
La contrazione dei prestiti ha colpito in misura maggiore le aziende con meno di venti addetti e i tassi applicati ai nuovi finanziamenti rimangono significativamente più elevati rispetto a quelli riservati alle imprese di maggiori dimensioni.
È un problema strutturale.
La piccola impresa ha bisogno di una banca che sappia valutarne non soltanto i bilanci, ma anche il progetto, il territorio, le competenze e la capacità dell’imprenditore.
La dimensione delle banche è importante per la loro efficienza e solidità, ma non dovrebbe cancellare la prossimità.
Allo stesso tempo, bisogna sviluppare canali finanziari alternativi al credito bancario. Private equity e venture capital possono contribuire al rafforzamento patrimoniale delle imprese e alla loro crescita.
Naturalmente non sono strumenti che possono sostituire la banca per ogni piccola impresa. Ma un’economia moderna non può dipendere da un solo canale di finanziamento.
Si può fare.
Di fronte a questo quadro è facile concludere che i problemi siano troppi e troppo grandi.
Non credo sia così.
Ma bisogna smettere di cercare una soluzione unica.
La prima priorità è aumentare la produttività. E questo significa agire contemporaneamente sulla qualità della pubblica amministrazione, sulla certezza del diritto, sulla formazione, sulla ricerca e sulla capacità delle imprese di adottare le nuove tecnologie.
L’intelligenza artificiale può rappresentare un’occasione straordinaria, soprattutto se riusciremo a portarla dentro i processi quotidiani delle imprese. Per una piccola azienda può voler dire automatizzare una parte del lavoro amministrativo, migliorare la gestione, analizzare i dati, assistere il cliente, progettare più rapidamente.
Non è necessario essere sulla frontiera della tecnologia per beneficiarne.
A volte è sufficiente riuscire a usarla bene.
La seconda priorità è affrontare il problema demografico, aumentando la partecipazione al lavoro, sostenendo le famiglie e gestendo in maniera più razionale i flussi migratori.
La terza riguarda l’energia: più indipendenza, più investimenti, più diversificazione delle fonti e una strategia di lungo periodo.
La quarta è il finanziamento della crescita: banche solide, ma anche strumenti finanziari capaci di accompagnare le imprese nel rafforzamento patrimoniale e nei processi di crescita.
Sono interventi diversi, ma hanno un punto in comune.
L’Italia deve tornare a investire sulla propria capacità di produrre.
E questo significa guardare anche alle migliaia di imprese piccole e piccolissime che costituiscono la parte più diffusa del nostro sistema produttivo.
Non possiamo chiedere loro semplicemente di adattarsi a un mondo che cambia.
Dobbiamo metterle nelle condizioni di cambiare a loro volta.
Perché la grande sfida della produttività italiana non si giocherà soltanto nei grandi gruppi, nei laboratori di ricerca o nelle imprese tecnologiche.
Si giocherà anche nei laboratori artigiani, nelle officine, negli studi professionali, nei negozi, nelle piccole aziende manifatturiere.
È lì che la tecnologia dovrà incontrare il lavoro.
È lì che l’intelligenza artificiale dovrà incontrare l’intelligenza umana.
Ed è lì, in ultima analisi, che si misurerà la capacità dell’Italia di tornare a crescere.
(Estratto dall’intervento di Luigi Buttiglione, Economista, fondatore e AD di LB MACRO, al convegno Match Point 2026 di Confartigianato Imprese)
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Luigi Buttiglione è economista, fondatore e AD di LB MACRO, società internazionale di consulenza macroeconomica e finanziaria. È stato Capo delle Strategie di Brevan Howard Asset Management, Capo Economista di Barclays Capital ed economista presso il Servizio Studi della Banca d’Italia. Ha insegnato nelle Università di Milano e Bologna ed è stato Visiting Scholar alla Harvard University. È autore di numerosi studi di economia monetaria e internazionale.
