Da una ventina d’anni mi occupo di artigianato, innovazione e manifattura. In questo percorso ho avuto modo di osservare un cambiamento profondo nel modo in cui il nostro Paese guarda al lavoro artigiano. E oggi credo si possa dire una cosa che fino a qualche anno fa sarebbe stata tutt’altro che scontata: la battaglia culturale è stata vinta.

Per molto tempo abbiamo guardato all’artigianato come a qualcosa di residuale, destinato a lasciare spazio alle imprese ad alta intensità tecnologica, alle startup, alla grande industria. Oggi quella contrapposizione non ha più senso. I dati economici e, soprattutto, il percepito sociale ci dicono che l’impresa artigiana è tornata a essere riconosciuta per quello che realmente è: un pezzo importante dell’economia, della società e della cultura italiana.

Anche i numeri raccontano una storia positiva. La crescita del Pil pro capite italiano negli ultimi anni, superiore alla media europea, merita attenzione. Ma non dobbiamo fermarci alla celebrazione. Perché proprio mentre riconosciamo i risultati raggiunti, dobbiamo interrogarci su ciò che serve per trasformarli in una traiettoria di sviluppo.

Il primo problema riguarda le persone. L’impresa artigiana invecchia, insieme al Paese. Il tema del ricambio generazionale e del trasferimento della proprietà è ormai centrale. I giovani guardano con rispetto al lavoro artigiano, ma questo non significa automaticamente che siano disponibili a investirci il proprio futuro.

C’è poi la difficoltà di trovare competenze. È un problema generale dell’economia italiana, aggravato da una dinamica demografica che ha ridotto drasticamente il numero dei giovani. Ma per alcune figure professionali, penso per esempio agli attrezzisti, la difficoltà di reperimento raggiunge livelli molto elevati.

Infine c’è il rapporto con il credito. Anche quando un’impresa artigiana cresce, aumenta il fatturato, mantiene i margini e dimostra capacità di stare sul mercato, non sempre trova nel sistema bancario un interlocutore disposto a sostenerne lo sviluppo. L’autofinanziamento continua a essere largamente prevalente.

Di fronte a tutto questo, la mia convinzione è che dobbiamo fare un passo ulteriore. E qui mi permetto anche un’autocritica.

Per anni abbiamo pensato che la tecnologia digitale sarebbe stata, da sola, il fattore capace di modernizzare l’impresa artigiana. Abbiamo immaginato che l’introduzione delle nuove tecnologie avrebbe automaticamente prodotto un salto di competitività, migliorando la produzione, la gestione, la commercializzazione.

Oggi credo che siamo stati troppo ottimisti.

La tecnologia è fondamentale, ma non basta. Quello che è mancato, soprattutto nelle piccole imprese, è stato un investimento altrettanto forte sul piano del management e dell’organizzazione. Le grandi imprese hanno accompagnato le trasformazioni tecnologiche con una trasformazione dei propri modelli organizzativi. Ora questa sfida riguarda anche l’impresa artigiana.

Che cosa significa, concretamente?

Significa innanzitutto ripensare il modo di stare sul mercato. Prendiamo la distribuzione. Molte imprese che producono qualità si stanno accorgendo dei limiti del canale tradizionale. Un negozio può non avere interesse a raccontare la storia di un prodotto, il suo valore culturale, la sua unicità. Può perfino diventare un ostacolo alla relazione che l’impresa vuole costruire con il proprio cliente.

Per questo dobbiamo immaginare nuovi canali distributivi, digitali e non. Alcune imprese lo stanno già facendo. Una realtà della Brianza, per esempio, ha scelto di abbandonare il sistema tradizionale degli agenti e di investire in persone capaci di raccontare direttamente la storia e l’identità dell’azienda. Il risultato è stato straordinario.

 

«Molte imprese artigiane hanno una storia da raccontare e devono trovare il modo di farlo direttamente al mercato.»

 

Non significa che tutte le imprese possano moltiplicare il proprio fatturato allo stesso modo. Significa però che molte imprese artigiane hanno una storia da raccontare e devono trovare il modo di farlo direttamente al mercato.

C’è poi un altro terreno ancora poco esplorato: il rapporto fra artigianato e turismo.

Pensiamo a territori come Montappone. C’è una domanda crescente di persone che vogliono sapere come nasce un cappello, chi lo produce, quali competenze ci sono dietro. Vogliono entrare nei luoghi della produzione, conoscere le persone, vedere i processi.

In Francia è stata recentemente realizzata una guida che permette di individuare le aziende manifatturiere visitabili lungo i percorsi turistici. È una modalità che potremmo sperimentare anche in Italia. Perché il turismo non deve significare soltanto visitare monumenti e città d’arte: può diventare anche un modo per conoscere la manifattura, i territori e le persone che li rendono riconoscibili.

Il terzo grande tema è naturalmente quello della tecnologia, e in particolare dell’intelligenza artificiale.

 

«Il vero tema è capire come integrare l’intelligenza artificiale dentro un nuovo modo di fare impresa.»

 

Anche qui, però, dobbiamo evitare un equivoco. L’intelligenza artificiale non serve semplicemente a fare più velocemente quello che facevamo prima. Il vero tema è capire come integrarla dentro un nuovo modo di fare impresa.

Chi ha iniziato a sperimentare concretamente queste tecnologie lo ha già capito: il problema non è soltanto tecnologico. La tecnologia è potente. La difficoltà è organizzativa e gestionale. Occorre capire quali funzioni cambiano, come si integrano tra loro, quali nuove competenze servono e soprattutto quale valore aggiunto vogliamo produrre.

Prendiamo ancora una volta un’impresa che produce calzature. Oggi l’intelligenza artificiale può aiutare a progettare un nuovo prodotto, visualizzare modelli, sperimentare soluzioni. Ma se quel valore aggiunto viene semplicemente trasferito al grande marchio che acquista la produzione, l’impresa artigiana rischia di sostenere il costo dell’innovazione lasciando ad altri il beneficio.

Il salto di qualità avviene quando la tecnologia entra dentro una traiettoria imprenditoriale diversa: quando permette di costruire un prodotto originale, un brand premium, una relazione diretta con il mercato, una capacità autonoma di sviluppo.

È qui che la tecnologia cambia davvero significato.

E questo punto è decisivo anche per i giovani. Un ragazzo di venti o venticinque anni non cerca soltanto un posto di lavoro. Cerca una traiettoria. Vuole capire dove può arrivare, che cosa può imparare, quale spazio può conquistare dentro un progetto imprenditoriale.

Se gli diciamo semplicemente “qui puoi disegnare scarpe”, forse non basta. Se gli diciamo “qui puoi contribuire a costruire un prodotto, un marchio, un’impresa che può crescere”, allora la prospettiva cambia.

 

«La stessa traiettoria che cercano i giovani è quella che deve vedere la banca, che devono vedere le istituzioni, che deve vedere il territorio.»

 

La stessa traiettoria che cercano i giovani è quella che deve vedere la banca, che devono vedere le istituzioni, che deve vedere il territorio.

È questo il passaggio che abbiamo davanti: trasformare la paura in opportunità, l’innovazione in attività economica, la crescita in valore.

Perché l’artigianato non è soltanto una parte dell’economia italiana. È anche un modo di tenere insieme il Paese. Ogni territorio porta con sé storie, competenze, produzioni, identità. Ed è proprio questa pluralità che alimenta una parte importante della forza internazionale del Made in Italy.

In questi anni le esportazioni italiane sono cresciute enormemente e l’artigianato contribuisce in misura significativa a questa capacità competitiva. Continuare a crescere sui mercati internazionali significa anche rinnovare il soft power del nostro Paese.

Ma c’è qualcosa di ancora più importante.

L’artigianato ha anche a che fare con la qualità della democrazia. Dove esistono imprese radicate nei territori, comunità professionali, persone che costruiscono valore attraverso il proprio lavoro e la propria autonomia, esiste una società civile più forte.

Per questo la sfida che abbiamo davanti non è soltanto economica. È tecnologica, manageriale, culturale e sociale.

La battaglia per restituire dignità e centralità all’artigianato l’abbiamo in gran parte vinta. Adesso dobbiamo costruire il modello che permetta a questa nuova consapevolezza di diventare sviluppo.

Non basta avere una grande storia. Dobbiamo essere capaci di costruirci sopra il futuro.

(Estratto dell’intervento di Stefano Micelli, Docente Università Ca’ Foscari Venezia, al convegno Match Point 2026 di Confartigianato Imprese)

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  • Stefano Micelli

    Stefano Micelli è Direttore del Master in Manager’s development Program e Professore di Economia e Gestione delle Imprese all’Università Ca’ Foscari Venezia.
    Dedica gran parte della sua attività di ricerca al tema della trasformazione del sistema economico italiano con un’attenzione particolare all’evoluzione dei settori manifatturieri.
    È presidente esecutivo di Upskill 4.0, spin-off di Università Ca’ Foscari Venezia, costituito come Start Up Innovativa e come Società Benefit. È membro dell’Advisory Board Italy di UniCredit e presidente dell’Advisory Board Nord Est di UniCredit.
    È membro del comitato scientifico di Symbola. È autore di diversi articoli e volumi fra cui: “Futuro Artigiano” (Marsilio) e “Fare è innovare. Il nuovo lavoro artigiano” (Il Mulino).
    Conduce il progetto ITS 4.0 che propone a tutte le Fondazioni a cui fanno capo gli ITS un nuovo programma formativo-professionale che avvicina scuole e imprese sui temi del 4.0

SPIRITO ARTIGIANO

Un progetto della Fondazione Manlio e Maria Letizia Germozzi onlus

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