Ci sono eventi che smettono di essere semplici appuntamenti in agenda e diventano qualcosa di più: momenti in cui prende forma una responsabilità condivisa.

La XXVII Convention Nazionale Donne Impresa Confartigianato “80 anni di voce al femminile: impresa, empowerment e welfare”, che ho avuto il privilegio di moderare lo scorso 20 maggio, è stata esattamente questo. Non solo per il valore dei contenuti, ma per il significato che ha assunto nel percorso del Movimento Donne Impresa.

Se è vero che l’occasione era importante – gli 80 anni dal diritto di voto alle donne e gli 80 anni di Confartigianato – è altrettanto vero che la giornata non si è fermata alla dimensione celebrativa. Al contrario, ogni intervento, ogni panel, ogni testimonianza ha contribuito a far emergere una consapevolezza condivisa: trasformare la memoria in direzione e la direzione in azione.

Sin dall’apertura è emersa una consapevolezza forte: non limitarsi a celebrare il passato, ma interrogare il presente

Gli 80 anni di conquiste rappresentano un patrimonio straordinario, ma anche una responsabilità. Perché oggi non basta più rivendicare diritti: occorre creare condizioni. Non basta più dare voce: bisogna fare in modo che quella voce incida davvero sui processi economici e sociali.

È in questo passaggio – sottile ma decisivo – che si coglie il senso più profondo della Convention.

 

Impresa, empowerment, welfare: una chiave di lettura concreta

Il fil rouge che ha attraversato l’intera giornata è stato il legame dinamico e integrato tra impresa, empowerment e welfare: non ambiti separati, ma dimensioni interdipendenti.

Moderare ha significato tenere insieme queste tre dimensioni, accompagnando un confronto che, panel dopo panel, ha reso evidente quanto siano interdipendenti.

L’impresa è il luogo in cui si genera valore.

L’empowerment è ciò che consente alle persone di esprimere pienamente questo valore.
Il welfare è la condizione che rende tutto questo possibile e sostenibile nel tempo.

Detto così, potrebbe sembrare un equilibrio teorico. In realtà è esattamente il nodo pratico su cui si gioca oggi la competitività del nostro sistema produttivo.

Senza welfare l’empowerment non si realizza e senza empowerment l’impresa femminile non può svilupparsi appieno, rimanendo esposta a diseguaglianze e ostacoli strutturali.

È proprio a partire da questa consapevolezza che i lavori della Convention sono stati costruiti come un percorso. Non un semplice susseguirsi di relazioni, ma una progressione: dalla parità come leva, al welfare come infrastruttura, fino alle sfide aperte del futuro.

Con un obiettivo chiaro: uscire dalla dimensione del principio ed entrare in quello della pratica. E soprattutto porsi una domanda trasversale:
quello che abbiamo costruito è adeguato alle esigenze del
Sistema produttivo di oggi?

 

Parità: tra riconoscimento e realtà

Il primo panel “La parità che crea valore: regole, strumenti e scelte che contano” ha messo subito in discussione una delle convinzioni più diffuse: che la parità di genere sia ormai un obiettivo acquisito.

Lo è, senza dubbio, sul piano dei principi. Molto meno su quello dell’applicazione concreta.

Dal confronto è emersa con chiarezza una distanza evidente tra parità dichiarata e quella realmente praticata. Le politiche esistono, così come gli strumenti, ma sono ancora troppo spesso costruiti su modelli organizzativi che non riflettono la struttura del nostro sistema produttivo. Il rischio è quello di lasciare ai margini proprio quella parte più vitale dell’economia: l’impresa diffusa.

Da qui una consapevolezza condivisa: perché la parità diventi davvero una leva di sviluppo, deve essere accessibile, applicabile e misurabile anche nelle realtà più piccole, dove si concentra una parte fondamentale del valore economico del Paese.

È in questo senso che il panel ha rappresentato un passaggio centrale della Convention. Non solo una riflessione sui principi, ma un confronto concreto sul legame sempre più stretto tra partecipazione femminile e sviluppo economico.

Oggi la parità non può più essere letta esclusivamente come una questione di equità. È, sempre di più, una questione di competitività, produttività e crescita. E in un contesto segnato da profonde trasformazioni – demografiche, sociali e tecnologiche – la valorizzazione del capitale umano femminile diventa una leva strategica a disposizione del Sistema Paese.

Non si tratta semplicemente di aumentare la presenza delle donne nel lavoro e nel mondo imprenditoriale, ma di costruire un contesto che consenta loro di crescere, investire, innovare e generare valore nel tempo.

La vera sfida, dunque, non è solo favorire la nascita di nuove imprese a conduzione femminile, ma rafforzarne la solidità, sostenerne i percorsi di sviluppo dimensionale, migliorarne l’accesso al credito e accompagnarle nei processi di innovazione.

Le testimonianze lo hanno restituito con grande chiarezza: quando gli strumenti funzionano davvero, la parità diventa un fattore competitivo reale, capace di incidere concretamente sull’organizzazione, sulla crescita e sul posizionamento delle imprese.

Per questo, investire sulle donne non può essere considerato una politica di settore, ma una vera politica di sviluppo.

La piena partecipazione economica femminile non deve essere concepita come un obiettivo marginale, ma una delle condizioni necessarie per la crescita dell’Italia.

È proprio a partire da questa evidenza che il confronto si sposta sul tema successivo: il welfare.

Perché se la parità può diventare leva, resta una domanda decisiva: quali sono le condizioni che la rendono possibile nel tempo?

 

Il welfare infrastruttura economica

Il secondo panel ha introdotto un cambio di prospettiva ancora più netto: Il welfare non come costo, ma come infrastruttura economica.

La domanda che ha guidato il confronto è stata volutamente diretta: il sistema di welfare oggi è progettato secondo logiche di protezione e previdenza per la figura imprenditoriale, tradizionalmente esclusa dai piani di welfare destinati ai soli subordinati?  

Dal dibattito è emersa una doppia fotografia. Da un lato, un sistema articolato, con strumenti importanti. Dall’altro, una difficoltà ancora evidente nel rispondere in modo pieno alle esigenze di chi fa impresa, soprattutto in forma autonoma o nelle piccole realtà.

Eppure, accanto a queste criticità, emergono esperienze già solide, come la bilateralità artigiana e la sanità integrativa, che dimostrano come sia possibile costruire risposte efficaci e coerenti con il nostro modello produttivo.

È stato in questo passaggio che il racconto ha trovato una dimensione ancora più concreta.

Le testimonianze hanno fatto emergere ciò che i modelli e le norme spesso non riescono a restituire: l’impatto reale del welfare sulla vita delle persone e sulla continuità delle imprese.

Quando il welfare è accessibile e funziona, non migliora soltanto la qualità della vita delle persone, ma rafforza la tenuta e la sostenibilità dell’impresa.

In questo contesto, il tema della salute ha reso il confronto ancora più concreto. Non solo come diritto, ma come condizione per garantire continuità imprenditoriale.

La riflessione sulla medicina di genere ha evidenziato un ulteriore elemento critico: l’Italia è spesso indicata come un modello sul piano normativo, ma il suo impatto sul piano operativo resta limitato.

Il problema non è l’assenza di norme, ma la persistenza di approcci costruiti su un presunto neutro maschile considerato oggettivo e universale, che continua a generare disuguaglianze.

Ne deriva che sistemi apparentemente “neutrali” possono produrre diseguaglianze, con implicazioni dirette sulla qualità della vita e sulla continuità delle imprese guidate da donne.

 

Sicurezza, dignità e innovazione: le sfide aperte

L’ultima parte della Convention ha ampliato lo sguardo, portando al centro le grandi sfide che attraversano il presente.

Sicurezza, dignità e innovazione non sono ambiti separati, ma condizioni di contesto che incidono direttamente sulla possibilità di generare sviluppo.

Non può esistere empowerment senza sicurezza e dignità, e oggi questa sfida si gioca su due fronti intrecciati: quello della violenza di genere e quello dell’innovazione tecnologica, che può rappresentare al tempo stesso un’opportunità e un rischio.

La violenza di genere, purtroppo, continua a limitare in modo drammatico la libertà e la piena partecipazione delle donne. È una piaga che non può essere affrontata solo sul piano normativo, ma richiede una responsabilità condivisa che coinvolge l’intera comunità. In questo percorso, il mondo dell’impresa è chiamato a svolgere un ruolo centrale.

L’impresa, infatti, non è soltanto un luogo di produzione, ma uno spazio di relazioni, di crescita e di educazione al rispetto. Può diventare un presidio sociale fondamentale, capace di offrire opportunità di lavoro, autonomia economica e dignità. In questo senso, fare impresa da donna significa non solo creare valore economico, ma anche generare valore umano, costruire reti e promuovere indipendenza.

Il lavoro, in questo contesto, rappresenta uno strumento essenziale di libertà: un elemento che può contribuire concretamente al contrasto della violenza, in tutte le sue forme: fisica, psicologica, economica e digitale.

A questo tema, si aggiunga quello dell’innovazione. L’evoluzione tecnologica, e in particolare l’intelligenza artificiale, sta ridefinendo modelli organizzativi e processi decisionali, creando nuove opportunità ma anche criticità. Tra queste, una delle più rilevanti riguarda la presenza di bias nei sistemi, negli algoritmi e nelle dinamiche organizzative.

In uno scenario in cui i team saranno sempre più composti da una combinazione di agenti umani e digitali, diventa centrale interrogarsi sul contributo che le donne possono portare in questa nuova configurazione del lavoro.

Non si tratta solo di presenza, ma di qualità del contributo: le donne possono offrire uno sguardo capace di integrare dimensioni spesso trascurate, come l’attenzione alla meritocrazia, il senso di giustizia e l’equità nei processi decisionali.

In un contesto profondamente trasformato dalla tecnologia, questa sensibilità può tradursi in un approccio più consapevole e responsabile, in cui la dimensione etica assume un ruolo centrale e diventa parte integrante delle scelte organizzative.

La domanda che resta aperta è quindi una: le donne saranno protagoniste di questo cambiamento?

E la risposta dipende, in larga misura, dalle scelte che sapremo compiere fin da ora.

 

Dalla voce all’azione

Rileggendo il percorso della Convention emerge una consapevolezza condivisa: i principi devono diventare processi, e i processi devono generare effetti misurabili. Parità, empowerment e welfare non possono più essere considerati obiettivi da affermare, ma leve da rendere pienamente operative, integrate e accessibili.

Il valore dell’imprenditoria femminile è dimostrato dai dati, dalla diffusione sui territori, dalla capacità di contribuire allo sviluppo economico e sociale. Ciò che occorre oggi è creare le condizioni affinché questo potenziale possa esprimersi in modo continuo e strutturale, superando la dimensione episodica delle opportunità e rafforzando gli strumenti di crescita.

In questo senso, la responsabilità che questa Convention consegna è chiara: trasformare il confronto in azione, e l’azione in sistema.

Il valore reale non si misurerà nelle riflessioni condivise, ma nella capacità di dare loro continuità e concretezza.

A distanza di ottant’anni da conquiste fondamentali che hanno segnato l’ingresso delle donne nella piena partecipazione democratica ed economica, il compito che abbiamo davanti è quello di consolidarne l’impatto e ampliandone le opportunità.

Perché il futuro dell’imprenditoria femminile – e insieme quello del Paese – non si costruisce nelle intenzioni, ma nelle scelte. Ogni giorno.

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  • Responsabile Nazionale dei Movimenti Donne Impresa e Giovani Imprenditori di Confartigianato Imprese e Vice Segretario di Confartigianato Imprese Lombardia, con delega alle Relazioni Istituzionali e Responsabile dell’Area Sviluppo Economico. Laureata in Economia e Commercio, con focus sulle politiche per lo sviluppo competitivo delle imprese e del mercato del lavoro.  Promuove iniziative per la valorizzazione e il sostegno della crescita delle imprese, con particolare attenzione alle imprese giovanili e femminili. È impegnata sui temi dell’innovazione, delle pari opportunità e del ricambio generazionale, traducendo i bisogni del territorio in progetti concreti e proposte di policy.

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Un progetto della Fondazione Manlio e Maria Letizia Germozzi onlus

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