Chi come me ha fatto continua ricerca sullo sviluppo della società italiana si è trovato sempre a constatare un grande ruolo dell’artigianato, visto sia come settore, che come presenza quotidiana, che come spirito di imprenditorialità e anche come fattore di coesione sociale.

Qualche volta ho sofferto la tendenza e la tentazione di molti ad una sua declassata marginalizzazione, conclamata dalle componenti economiche più aggressive (l’industria, la finanza, la logistica, ecc.) o dai processi superbamente autopropulsivi (la globalizzazione, l’innovazione digitale, ecc.). Ma ho dovuto constatare che il mondo artigiano ha resistito a tali tendenze in silenzio e umiltà, imponendo non solo il suo esistere, ma anche il suo essere componente essenziale nel nostro sviluppo economico e sociale.

 

“Il mondo artigiano ha resistito […] grazie a una costante e intelligente interpretazione dei grandi processi di cambiamento in corso e di una seria collocazione in essi”

 

Basterà pensare a quel che è avvenuto nell’ultimo decennio: quando la globalizzazione dei mercati ha rischiato di mettere in ombra l’artigianato come settore di prossimità territoriale e quotidiana; quando la potenza dei “flussi” esterni al territorio ha sopraffatto il valore dei “luoghi” in cui si svolge la vita collettiva; quando alcuni di tali flussi (la competizione di mercato, l’innovazione tecnologica, il bisogno di più ampie dimensioni di impresa, ecc.) hanno reso difficile l’inserzione in essi di realtà artigiane tradizionalmente chiuse in se stesse.

Ciò è stato frutto non di un puro istinto di sopravvivenza, di un profondo conatus essendi, ma di una costante e intelligente interpretazione dei grandi processi di cambiamento in corso e di una seria collocazione in essi. Basterà pensare a quel che è avvenuto nell’ultimo decennio: quando la globalizzazione dei mercati ha rischiato di mettere in ombra l’artigianato come settore di prossimità territoriale e quotidiana; quando la potenza dei “flussi” esterni al territorio ha sopraffatto il valore dei “luoghi” in cui si svolge la vita collettiva; quando alcuni di tali flussi (la competizione di mercato, l’innovazione tecnologica, il bisogno di più ampie dimensioni di impresa, ecc.) hanno reso difficile l’inserzione in essi di realtà artigiane tradizionalmente chiuse in se stesse.

Eppure, tali realtà hanno reagito alla grande, cercando di adeguare il proprio antico protagonismo all’irruzione di un mondo diverso.

 

Penso a come il mondo artigiano italiano ha accettato la sfida della logica globalizzante delle filiere settoriali e intersettoriali; e subito dopo la sfida del formarsi di sempre più complesse “piattaforme” di riferimento dei vari soggetti e delle singole variabili del mercato.

 

Filiere e piattaforme (apparentemente dominate dai grandi poteri e dal primato degli algoritmi) avrebbero potuto essere la fine del “sempliciotto” mondo artigiano, fatto (per dirla con Papa Francesco) dall’impegno molto umano di piedi, occhi e mani, strumenti certo “poveri” rispetto alla potenza di una filiera, di una piattaforma, di un algoritmo.

E invece il mondo artigiano ha saputo rispondere al potere delle filiere e delle piattaforme (grandi o piccole che fossero). Queste, infatti, hanno un bisogno quotidiano di incardinarsi o esporsi sul territorio e sulle forze economiche che vivono sul territorio, sia di produzione che di consumo. Il mondo artigiano è infatti (mi si passi l’autocitazione) un mondo di “fili d’erba” che operano “dappertutto e rasoterra”; e anche chi viene da lontano e dall’alto deve farci i conti. Si può fare grande e potente filiera di settore (agroalimentare o del made in Italy), ma essa vincerà solo se agganciata al territorio e ai suoi minuti operatori di produzione, di distribuzione e di consumo; si può fare una grande piattaforma di gestione molto tecnologica e digitale di specifici settori (il food delivery o le vendite a distanza), ma una piattaforma vive solo se riesce ad entrare nelle singole case degli italiani, più che restare nella sua perfezione logistica.

Filiere e piattaforme vivono, cioè, se accanto ai loro vertici creativi e alle loro intermedie decisioni strategiche (magari gestite da un algoritmo) opera la dinamica dell’ultimo miglio, quello in cui entrano in giuoco i minuti soggetti della realtà sociale, della vita comunitaria. E gli operatori dell’ultimo miglio non possono che avere quella carica di relazione interpersonale che è stata sempre tipica del lavoro artigiano. Operatori, quindi, che sono non tanto gli artigiani classici, ma tutti coloro che hanno spirito artigiano, che sanno esprimere “artigianalità”.

Sono spesso tentato di valorizzare al massimo questo concetto tutto orizzontale di artigianalità degli operatori dell’ultimo miglio; ma per esperienza so che non è bene fare troppa teoria, perché anche questa forte dimensione di artigianalità deve camminare con le gambe di tanti soggetti, capaci di presenza e di ruolo, ma anche portatori di rappresentanza collettiva e di peso politico. E allora mi fido ancora una volta di chi ha saputo per decenni fare rappresentanza del mondo artigiano.

 

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